San Massimiliano Kolbe

Oggi la Chiesa celebra San Massimiliano Kolbe, sacerdote polacco dell'Ordine dei Frati Minori e fondatore, nel 1917, della Militia Immaculatae. Morì il 14 agosto 1941, nel campo di sterminio di Auschwitz, dopo aver chiesto di essere condannato a morte al posto di un padre di famiglia. 
Fu missionario coraggioso in Giappone negli anni Trenta e cercò di diffondere la parola di Dio attraverso i mezzi di comunicazione che il mondo di allora offriva, tanto da divenire patrono dei radioamatori. E' stato beatificato nel 1971, sotto il Pontificato di Paolo VI, e canonizzato nel 1982 da Giovanni Paolo II.
Il teologo padre Raffaele Di Muro ci aiuta  a ricordare la vita di questo grande testimone.


Qual era il rapporto di Massimiliano Kolbe con la figura della Vergine?
R. - Lui la sentiva come madre. Nei suoi scritti la chiama - tradotto in italiano - "Mammina", dal polacco "Mamusia". San Massimiliano non aveva un culto mariano, ma lui viveva alla presenza di Maria. Sentiva molto il modo in cui i francescani hanno sempre percepito la figura di Maria, che è familiare, materna, presente.


Massimiliano Kolbe, un santo anche molto attento alla modernità, alla comunicazione... 
R. - Apostolo dell'Immacolata ma anche apostolo dei media. Faceva di tutto per far conoscere l'amore materno dell'Immacolata all'umanità, e lo faceva con i mezzi allora più sofisticati - fondamentalmente la stampa e la radio -, pur di far arrivare la Parola di Dio a un'umanità che viveva la Prima e la Seconda Guerra mondiale.


Che cosa colpisce particolarmente della sua maniera di viver la fede?
R. - Papa Wojtyla diceva che San Massimiliano aveva tre grandi amori: il primo, Gesù Cristo; il secondo, l'Immacolata; e il terzo, San Francesco. Queste parole sintetizzano la vita spirituale di San Massimiliano, che aveva queste tre dimensioni fondamentali. Oltre ad essere innamorato dell'Immacolata, egli ha un pensiero, una spiritualità che nel mistero di Cristo ha l'elemento fondamentale. Ovviamente poi l'amore per Francesco d'Assisi, che lui scopre da piccolo in una predicazione in quel di Pabianice, dove lui ha abitato, e lì è rimasto affascinato da Francesco tanto da seguire il suo cammino tra i Frati Minori Conventuali.


Paolo VI lo ha definito un martire dell'amore. Il suo gesto è un esempio per i giovani di oggi?
R. - Nel 1971 Paolo VI beatifica San Massimiliano ed evidenzia questo suo gesto. Oltretutto Paolo VI lo definiva il "Santo della gioia" - anche questa espressione è molto bella - insieme a Santa Teresa di Gesù Bambino. Questo vuol dire un amore gioioso, un donarsi gioioso. Per il mondo di oggi l'esempio di San Massimiliano è ancora molto, molto forte. Spesso propongo questa figura ai ragazzi, ai bambini, quando vengono a trovarmi delle scolaresche, e noto che le generazioni più giovani non conoscono ovviamente questa figura, perché sono temporalmente lontani da Auschwitz e da quello che è accaduto nella Seconda Guerra Mondiale. Però parlare di lui affascina anche le nuove generazioni che in lui notano un esempio di amore incredibile.


Un gesto pieno di significato anche per la nostra epoca... 
R. - Massimiliano ci fa capire che è possibile far vincere l'amore, sempre. Vorrei dire questo: nei tre mesi in cui vive nel campo di Auschwitz - nel 1941 - viene apprezzato dai suoi compagni detenuti per i gesti di amore che compie anche durante la detenzione; il suo dare il cibo a chi era più in difficoltà, il suo donare il sacramento della confessione, celebrare la Messa sia pure in modo nascosto ... Massimiliano in quei tre mesi nel campo diventa un punto di riferimento per tanti che lo conoscono e apprezzano il suo modo di donarsi, anche per persone di altre religioni. Il suo amore è quell'amore che arriva da lontano, da Cristo, da Maria, da Francesco e riesce a farsi strada anche in un luogo terribile come Auschwitz.

 

Fonte vaticannews.va